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Il Marx riscoperto
Negli ultimi anni, il dibattito intellettuale e politico globale è stato dominato dalla convergenza di due crisi inesorabili: la crescente disuguaglianza socio-economica prodotta dal capitalismo neoliberista e l’accelerazione catastrofica del collasso ecologico, definita come "Antropocene".
È in questo scenario che si inserisce l'opera del filosofo giapponese Kohei Saito.
L'autore ha compiuto un'operazione teorica di portata radicale: la riscoperta di Karl Marx non come profeta del produttivismo industriale, ma come il primo e più profondo teorico dell'ecosocialismo e della decrescita.
Il progetto di Saito non è una semplice "ecologizzazione" di Marx, ma una rifondazione filologica del materialismo storico che identifica nella logica della valorizzazione capitalista la causa ultima della crisi ecologica, proponendo di conseguenza una rottura politica che l'autore definisce "Comunismo della Decrescita".
La rottura filologica: l'abbandono del prometeismo
Il punto di partenza dell'analisi di Saito è una rigorosa indagine filologica.
Saito sfida frontalmente l'interpretazione novecentesca di Marx, dominante tanto nel marxismo-leninismo sovietico quanto in larga parte della socialdemocrazia occidentale, che vedeva nel filosofo di Treviri un "Prometeo moderno": un fautore dello sviluppo illimitato delle forze produttive, la cui critica al capitalismo si limitava alla questione della distribuzione iniqua della ricchezza e non alla natura stessa della produzione.
Saito dimostra come questa lettura sia, nel migliore dei casi, parziale e, nel peggiore, un tradimento del pensiero maturo di Marx.
Analizzando estratti e appunti dedicati alle scienze naturali – in particolare alla chimica agraria di Justus von Liebig, alla geologia e alla biologia – Saito rivela un Marx profondamente preoccupato per l'insostenibilità ecologica del modo di produzione capitalistico.
L'elemento teorico centrale che Saito recupera è il concetto di "ricambio metabolico" (Stoffwechsel).
Marx, influenzato da Liebig, comprese che il capitalismo industriale creava una rottura insanabile (una "frattura metabolica") nel rapporto tra società umana e natura.
L'esempio paradigmatico era quello dell'agricoltura capitalistica: i nutrienti (come azoto e fosforo) venivano estratti dal suolo, trasportati nelle città sotto forma di cibo e fibre, e lì smaltiti come rifiuti (inquinando fiumi e aria), invece di ritornare alla terra per rigenerarne la fertilità.
Questo processo, per Marx, non era un incidente, ma una conseguenza diretta della logica del profitto, che richiede un costante sfruttamento sia del lavoro umano sia delle "fonti originarie di ogni ricchezza: la terra e l'operaio".
Saito sostiene inoltre che Marx, negli ultimi quindici anni della sua vita, non solo approfondì la sua critica ecologica, ma mise in discussione anche la sua precedente visione lineare ed eurocentrica dello sviluppo storico.
Studiando le comunità pre-capitalistiche, come il "mir" russo o le comuni germaniche, Marx smise di credere che ogni nazione dovesse necessariamente passare attraverso l'industrializzazione capitalista.
Iniziò a vedere in queste forme comunali arcaiche, basate sulla proprietà comune e su un rapporto più equilibrato con la natura, un potenziale punto di partenza per una transizione al comunismo che evitasse le devastazioni ecologiche e sociali del capitalismo.
L'ecosocialismo di Karl Marx sarebbe dunque una rivoluzione copernicana: Marx non era un produttivista, ma il primo a teorizzare la "rottura metabolica".
Il comunismo, per il Marx maturo, non significava accelerare la produzione all'infinito, ma ristabilire razionalmente il ricambio metabolico tra umanità e natura, ponendo fine alla logica della crescita per la crescita.
La diagnosi del presente
L'Antropocene, per Saito, non è l'era "dell'Uomo" in astratto, ma l'era del "Capitale".
La responsabilità della crisi climatica non è antropogenica in senso generico, ma specificamente "capitalogenica".
Saito critica serratamente le soluzioni proposte dall'ambientalismo mainstream e definisce gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (SDGs) delle Nazioni Unite come il nuovo "oppio dei popoli": una narrazione consolatoria che promette la possibilità di conciliare crescita economica infinita e sostenibilità ambientale.
Per Saito, questa è un'impossibilità logica; attingendo al "Capitale" di Marx, l'autore ribadisce che l'essenza del capitalismo non è la produzione di "valori d'uso" (beni e servizi utili), ma la produzione di "valore di scambio" per l'accumulazione di profitto (la formula D-M-D: denaro che genera più denaro).
Questa logica di "valorizzazione" è intrinsecamente espansiva, quantitativa e indifferente a qualsiasi limite qualitativo o naturale: richiede una crescita esponenziale perpetua.
Di conseguenza, le strategie del "Capitalismo Verde" (Green Capitalism) o del Green New Deal sono destinate al fallimento.
Anche le tecnologie "verdi" (come l'auto elettrica o l'energia solare) all'interno di un sistema capitalistico non portano alla sostenibilità.
In primo luogo, esse sono soggette al "Paradosso di Jevons": un aumento dell'efficienza energetica o nell'uso delle risorse porta, nel sistema capitalistico, non a una diminuzione del consumo totale, ma a un suo aumento, poiché il capitale reinveste i guadagni di efficienza per espandere ulteriormente la produzione.
In secondo luogo, queste tecnologie richiedono un'immensa estrazione di materiali rari e la creazione di "zone di sacrificio" nel Sud globale, perpetuando così la rottura metabolica su scala planetaria.
La diagnosi di Saito è netta: l'unica soluzione alla crisi climatica è l'abbandono dell'obiettivo della crescita del PIL; è necessaria una "Decrescita (degrowth).
La riappropriazione dei Beni Comuni
Se la crescita capitalista è il problema, la soluzione non può che essere una rottura radicale con essa.
Saito conia il termine ossimorico e deliberatamente provocatorio: "Comunismo della Decrescita" (Degrowth Communism).
Saito è consapevole del peso storico di entrambi i termini e si impegna a ridefinirli.
Decrescita: non si tratta di una recessione.
La recessione è una contrazione caotica, ingiusta e imposta dal mercato, che colpisce i più poveri mantenendo intatte le strutture del capitale (come visto durante la pandemia di COVID-19 o le crisi finanziarie).
La Decrescita, al contrario, è una riduzione pianificata, democratica e selettiva del throughput materiale ed energetico dell'economia, finalizzata a riportare l'impronta umana entro i confini planetari.
Si tratta di "rallentare" (Slow Down) la macchina produttiva, abbandonando i settori inutili o dannosi (pubblicità, finanza speculativa, obsolescenza programmata, industria bellica) per liberare risorse.
Comunismo: Saito rigetta categoricamente il "comunismo" del XX secolo, che egli identifica come un fallimentare "capitalismo di Stato" altrettanto produttivista e distruttivo del suo omologo occidentale.
Il comunismo che egli propone, in linea con il "Tardo Marx", è la riappropriazione e la gestione democratica dei "beni comuni" (commons).
La prospettiva politica di Saito si articola su un'agenda di radicale de-mercificazione.
L'obiettivo è spostare il focus economico dal valore di scambio al valore d'uso.
Espansione dei "Beni Comuni": sottrarre alla logica del profitto i settori essenziali per la vita (acqua, energia, trasporti, abitazioni, sanità e istruzione).
Questi non devono essere né privatizzati né gestiti da uno Stato burocratico, ma governati democraticamente dalle comunità di utenti e lavoratori.
Abolizione del Lavoro Astratto: la decrescita selettiva dei settori inutili deve essere accompagnata da una drastica riduzione dell'orario di lavoro per tutti. L'automazione e l'efficienza non devono più servire ad aumentare i profitti e l'espulsione di manodopera, ma a liberare tempo di vita per le attività creative, sociali e di cura.
Valorizzazione del Lavoro Essenziale: una società della decrescita rivaluta le professioni fondamentali per la riproduzione sociale e metabolica (cura, agricoltura sostenibile, manutenzione, istruzione), oggi svalutate perché poco "produttive" in termini di profitto.
Giustizia Globale: la decrescita è un imperativo primariamente per il Nord globale, che ha storicamente accumulato un "debito ecologico" verso il Sud globale.
Solo la de-globalizzazione capitalista e la decrescita del Nord possono permettere al Sud di perseguire uno sviluppo sostenibile e autodeterminato.
Comunismo della Decrescita o estinzione
Il progetto teorico di Kohei Saito rappresenta senza dubbio una delle sintesi intellettuali più potenti e urgenti del nostro tempo.
La sua forza risiede nell'aver saldato tre anelli cruciali: la fedeltà filologica al pensiero autentico di Marx, una diagnosi spietata dell'insostenibilità del "capitalismo verde" e una proposta politica coerente che unisce le istanze della sinistra anticapitalista con quelle del movimento ecologista radicale: la Decrescita.
Saito non offre una "road map" definitiva, ma piuttosto un orizzonte teorico, indicando nei movimenti dal basso (come le municipalità ribelli, i collettivi per i beni comuni, i sindacati per la giustizia climatica) i potenziali agenti di questa trasformazione.
In conclusione, il lavoro di Kohei Saito ha il merito inestimabile di aver distrutto l'immagine di un Marx obsoleto e "grigio", restituendoci un pensatore profondamente ecologico.
Saito costringe tanto il marxismo a fare i conti con l'ecologia quanto l'ecologismo a fare i conti con il capitale.
L'alternativa che l'autore pone, attingendo al Marx maturo, non è più semplicemente "socialismo o barbarie", ma, più cupamente, "comunismo della decrescita o estinzione".
Kohei Saito: "L'ecosocialismo di Karl Marx";
Kohei Saito: "Il capitale nell'Antropocene";
Kohei Saito: "Slow Down. How Degrowth Communism Can Save the Earth".
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