Ecofemminismo o barbarie: la radice comune dell'oppressione.

di socialclimatejustice.blogspot.com

Il lavoro intellettuale della sociologa e attivista femminista tedesca Maria Mies, sviluppato in un arco temporale cruciale tra gli anni '80 e '90, rappresenta una delle critiche più radicali e sistematiche alle interconnessioni tra capitalismo, patriarcato e distruzione ecologica.
Un unico, potente progetto intellettuale, quello dell'autrice, che smaschera le fondamenta nascoste dello sfruttamento globale e delinea una prospettiva politica fondata sulla sussistenza e la rigenerazione della vita.

Patriarcato, Capitale e Natura 

Il punto di partenza di Maria Mies è un'insoddisfazione profonda verso l'analisi marxista ortodossa, che considera il patriarcato come una sovrastruttura o un residuo di modi di produzione precedenti, destinato a scomparire con l'avvento del socialismo.
Al contrario, Mies argomenta con forza che "il capitalismo non solo ha utilizzato il patriarcato preesistente, ma lo ha attivamente trasformato e reso un suo pilastro strutturale indispensabile".
Il lavoro teorico di Mies si fonda sulla ridefinizione del concetto di "accumulazione originaria".
Per Marx, questa era la fase storica violenta di espropriazione dei contadini che diede avvio al capitalismo.
Per Mies, invece, l'accumulazione originaria non è un evento del passato, ma un "processo continuo e permanente" che sostiene il sistema capitalista.
Questa accumulazione incessante si basa sullo sfruttamento di tre "colonie" fondamentali.
Le donne, e il loro lavoro riproduttivo e domestico non retribuito.
Le colonie esterne (il Sud Globale), e le loro risorse naturali e manodopera a basso costo.
La natura, trattata come un serbatoio infinito di risorse da saccheggiare gratuitamente.
L'elemento chiave che lega questi ambiti è il processo che Mies definisce "casalinghizzazione".
Questo non si riferisce semplicemente al ruolo della casalinga, ma a un modello di svalorizzazione del lavoro.
La casalinghizzazione è: "il processo sociale attraverso cui le donne vengono definite primariamente come madri e mogli, il cui lavoro di cura e mantenimento della famiglia è 'naturalizzato', reso invisibile ed escluso dal circuito del valore monetario.
Questo lavoro non pagato, tuttavia, è la "condizione sine qua non" per la riproduzione della forza-lavoro maschile che viene poi venduta sul mercato.
Il lavoratore salariato può esistere solo perché c'è una donna a casa che cucina, pulisce e cresce i figli gratuitamente.
Questa logica viene poi estesa su scala globale: i lavoratori del Sud Globale e la natura stessa vengono "casalinghizzati"; il loro contributo è essenziale ma sistematicamente svalutato per permettere l'accumulazione di profitto al centro del sistema.
La violenza – dalla caccia alle streghe in Europa (vista come l'attacco alle donne come detentrici di saperi autonomi sul corpo e sulla natura) alla violenza coloniale – è lo strumento necessario per imporre e mantenere questo ordine gerarchico.
Se il patriarcato è costitutivo del capitalismo, la lotta femminista non può essere separata dalla lotta anticapitalista e anticoloniale.
Non basta lottare per la parità salariale all'interno del sistema, perché il sistema stesso si fonda sull'esistenza di un'enorme massa di lavoro non salariato.
La liberazione richiede di smantellare la divisione sessuale del lavoro e di riconoscere e valorizzare tutto il lavoro di riproduzione della vita.

La metafora della Colonizzazione

Per Mies, come per Veronika Bennholdt-Thomsen e Claudia von Werlhof, le donne, nel loro insieme, costituiscono la prima e più fondamentale colonia.
Come una potenza coloniale sfrutta le risorse e il lavoro di un territorio sottomesso, così il sistema patriarcale-capitalista colonizza il corpo, il lavoro e la sessualità delle donne.
Il corpo come territorio conteso: il corpo femminile è il primo territorio ad essere colonizzato.
Il controllo sulla riproduzione, la sessualità e la capacità di generare vita è fondamentale per il potere patriarcale.
Le politiche demografiche, le tecnologie riproduttive e la violenza sessuale sono strumenti di controllo su questo "territorio".
L'analogia tra casalinga e contadino di sussistenza: entrambi producono valore d'uso (cibo, cura, benessere) essenziale per la vita, ma questo valore viene svalutato o direttamente espropriato dal mercato capitalista, che riconosce solo il valore di scambio.
La casalinga nel Nord Globale e la contadina nel Sud Globale sono legate dalla stessa logica di sfruttamento.
La critica allo "sviluppo": il concetto di sviluppo promosso dalle istituzioni internazionali (Banca Mondiale, FMI), è una forma di ricolonizzazione.
I progetti di "sviluppo" spesso distruggono le economie locali di sussistenza, dove le donne avevano un ruolo centrale, per integrare le comunità nel mercato globale in una posizione di subordinazione, aumentando il carico di lavoro femminile e la loro dipendenza.
La prospettiva politica si fa dunque più definita e si orienta verso quella che Mies e le altre autrici iniziano a chiamare la "prospettiva della sussistenza".
La liberazione non può venire dall'integrazione nel modello di sviluppo dominante, che è intrinsecamente predatorio.
Al contrario, la via d'uscita risiede nel difendere e reinventare le pratiche di sussistenza, ovvero tutte quelle attività orientate a soddisfare i bisogni umani fondamentali in modo autonomo e in armonia con la natura, al di fuori della logica del profitto.
Si tratta di una politica che valorizza l'autonomia locale, il sapere delle donne e "la produzione per la vita, non per il mercato".

Ecofemminismo

Per Mies, come per Vandana Shiva, l'oppressione delle donne e la distruzione ecologica derivano dalla stessa radice filosofica e materiale.
La logica di dominio che giustifica il patriarcato è la stessa che giustifica il dominio sulla natura.
Entrambe – donne e natura – sono state definite dalla filosofia e dalla scienza occidentale moderna come passive, irrazionali, caotiche e "altro" rispetto al soggetto maschile, razionale e dominatore.
La critica al riduzionismo scientifico: il paradigma scientifico meccanicistico, ereditato da Bacone e Cartesio, separa la mente dal corpo e l'uomo dalla natura.
Questa visione del mondo trasforma la natura da organismo vivente (Terra Madre) a materia inerte, una macchina da smontare e sfruttare per il profitto.
Allo stesso modo, riduce le donne alla loro biologia e i popoli indigeni a "selvaggi" da civilizzare.
Il principio di sussistenza come alternativa: Mies contrappone il paradigma del capitalismo globale, basato sulla crescita illimitata e l'omogeneizzazione, al "principio della sussistenza".
Quest'ultimo si fonda sulla diversità (biologica e culturale), sulla cooperazione, sulla reciprocità con la natura e sulla produzione e conservazione della vita come fine ultimo.
Le donne del Sud Globale, come custodi della biodiversità e dei saperi agricoli tradizionali, sono viste come le principali depositarie di questa logica alternativa.
Corpo, cibo e acqua come luoghi di lotta: le biotecnologie, i brevetti sulla vita (come i semi), l'ingegneria genetica e la privatizzazione dell'acqua sono le nuove frontiere della colonizzazione, estendendo il controllo del capitale fino ai processi più intimi della vita stessa.
La lotta per la sovranità alimentare e la difesa dei beni comuni diventano, quindi, lotte femministe centrali: un appello a un cambiamento di paradigma totale.
La soluzione non è un "capitalismo verde" o un femminismo che punti all'inclusione delle donne nei vertici del potere corporativo.
La vera liberazione richiede: l'abbandono del modello di sviluppo basato sulla crescita infinita; la ri-valorizzazione del lavoro di sussistenza e di cura; la difesa dei beni comuni (terra, acqua, semi, conoscenza) contro la privatizzazione; un'etica del limite e della cura che riconosca la nostra interdipendenza con la Terra e con gli altri esseri viventi.

Un'eredità intellettuale per il presente

Maria Mies e le sue collaboratrici hanno costruito un apparato critico che smonta pezzo per pezzo l'edificio ideologico del capitalismo patriarcale, mostrando come le sue fondamenta poggino su una violenta svalorizzazione del lavoro delle donne, delle culture del Sud Globale e dei cicli rigenerativi della natura.
Il loro contributo non è solo diagnostico, esso offre una visione politica potente e ancora oggi radicalmente attuale: la "prospettiva della sussistenza".
Di fronte a crisi ecologiche, economiche e sociali sempre più interconnesse, il richiamo di Mies, Bennholdt-Thomsen, von Werlhof e Shiva a porre la produzione e la rigenerazione della vita – in tutte le sue forme – al centro della politica e dell'economia non è un'utopia nostalgica, ma una necessità urgente.
La loro opera rimane uno strumento indispensabile per chiunque voglia comprendere le radici sistemiche dell'ingiustizia e lottare per un mondo diverso.


Maria Mies: "Patriarcato e accumulazione su scala mondiale";

Maria Mies, Veronika Bennholdt-Thomsen, Claudia von Werlhof: "Donne: l'ultima colonia";

Maria Mies, Vandana Shiva: "Ecofemminismo".

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