di socialclimatejustice.blogspot.com
L'epoca attuale, definita da molti "Antropocene", segna un punto di rottura geologico e storico.
L'impronta umana ha alterato i cicli biogeochimici fondamentali del pianeta, innescando una crisi ecologica sistemica.
Tuttavia, l'analisi critica contemporanea, supportata da una rilettura rigorosa dei classici e da nuove indagini empiriche, impone una ridefinizione del problema.
L'Antropocene non è il risultato dell'azione dell'"Anthropos" (l'essere umano come specie), ma la conseguenza storica di un modo di produzione specifico: il capitalismo; la crisi ecologica è, nella sua essenza, una crisi del capitale.
È in questo contesto che l'"Ecosocialismo" emerge come orizzonte teorico e politico capace di affrontare alla radice la catastrofe.
La "Frattura Metabolica"
Per decenni, il pensiero marxista è stato accusato di "prometeismo": indifferente ai limiti ecologici, esso avrebbe riposto una fiducia acritica nello sviluppo illimitato delle forze produttive; secondo alcuni autori, però, un concetto cardine da recuperare sarebbe invece quello di "frattura metabolica" (Stoffwechselruch).
Marx, studiando il chimico Justus von Liebig, comprese che il capitalismo industriale creava una scissione insanabile nel "metabolismo" (l'interscambio materiale) tra società umana e natura.
Marx osservava come urbanizzazione ed agricoltura capitalistica estraessero nutrienti (cibo, fibre) dalla terra e li trasportassero nelle città, dove i "rifiuti" (reflui umani e animali) non tornando al suolo per reintegrarne la fertilità, diventavano "agenti inquinanti".
Questa era, per Marx, una contraddizione fondamentale: il capitale, nella sua logica di accumulazione infinita, "rubava" al suolo la sua capacità rigenerativa, minando le basi stesse della vita e della ricchezza.
Il comunismo inoltre, per il Marx maturo, non era un progetto di mera crescita produttiva, ma piuttosto una "ricomposizione razionale del metabolismo uomo-natura".
Si tratta dunque di una società di "produttori associati" che gestiscono democraticamente l'interscambio con la Terra, non più come proprietari ma come usufruttuari (concetto ripreso dal diritto romano), con l'obbligo di lasciare il pianeta in condizioni migliori per le generazioni future.
Altri autori sostengono, inoltre, che il termine "Antropocene" sia fuorviante.
Se la frattura metabolica è il meccanismo, il "Capitalocene" è l'epoca geologica che esso ha inaugurato.
Non è dunque l'umanità, ma la logica dell'accumulazione capitalistica (il valore che si autovalorizza) ad essere l'agente geologico dominante.
La crisi climatica, la perdita di biodiversità e l'acidificazione degli oceani sono la manifestazione su scala planetaria di quella stessa frattura che Marx osservava nel suolo inglese del XIX secolo.
La "Grande Accelerazione" e i principi ecologici violati
La "Grande Accelerazione" (il periodo post-1945) è il momento di svolta.
È in questi decenni che i grafici relativi al consumo di energia fossile, alla produzione di plastica, all'uso di fertilizzanti azotati e alle emissioni di CO2 impennano verticalmente.
La Grande Accelerazione non è un evento casuale, ma l'espansione globale del modo di produzione capitalistico, ora egemonizzato dal petrolio e dalla petrolchimica.
Questa accelerazione ha spinto l'umanità oltre i "confini planetari" (Planetary Boundaries).
L'ecosocialismo, quindi, non affronta un problema di inquinamento locale, ma una destabilizzazione sistemica dello stesso "Sistema-Terra".
Già nel 1971, Barry Commoner articolava le "quattro leggi fondamentali dell'ecologia".
1) Ogni cosa è connessa con ogni altra: l'ecosfera è una rete complessa.
2) Ogni cosa deve finire da qualche parte: non esistono "rifiuti" in natura; ciò che viene scartato rimane nel sistema.
3) La natura conosce meglio: l'evoluzione ha ottimizzato i sistemi viventi, e le tecnologie umane che li sostituiscono sono spesso distruttive.
4) Non esistono pasti gratuiti: ogni guadagno in un sistema ecologico è ottenuto a un costo; ogni intervento ha conseguenze.
La crisi ecologica non è causata dalla crescita demografica, ma dalla "tecnologia di produzione" scelta a partire dal dopoguerra.
Il capitalismo, per massimizzare il profitto, ha sistematicamente sostituito tecnologie e materiali naturali (sapone, cotone, letame) con equivalenti sintetici e ad alta intensità energetica (detersivi, nylon, fertilizzanti chimici).
Queste nuove tecnologie sono intrinsecamente incompatibili con le leggi dell'ecologia: non sono biodegradabili, richiedono enormi input energetici (fossili) e distruggono la complessità dell'ecosistema.
La "frattura metabolica" di Marx trova qui la sua descrizione biofisica.
Il capitalismo non solo interrompe il ciclo (come nel caso del suolo), ma sostituisce i cicli naturali con processi lineari, tossici e basati sull'estrazione.
"Chiudere il cerchio" significa abbandonare questa tecnologia riduzionista e riallineare la produzione ai cicli della natura.
Un compito che il capitalismo, fondato sul profitto e non sulla sostenibilità, non può assolvere.
Le manifestazioni più estreme della frattura metabolica assumono oggi forme concrete in due settori chiave della società: agricoltura e settore militare.
Sistema agroalimentare
Marx localizzò dunque l'origine della frattura metabolica nell'agricoltura.
L'agricoltura industriale moderna è un sistema "patogeno e insostenibile" che si basa sulla "triade della distruzione".
1) Monocultura: l'estrema semplificazione degli agrosistemi per massimizzare la resa di una singola commodity distrugge la biodiversità e rende le colture vulnerabili.
2) Chimica di sintesi: fertilizzanti e pesticidi (derivati petrolchimici) "dopano" il terreno, avvelenando acque, suolo e consumatori.
3) Meccanizzazione pesante: basata sui combustibili fossili, essa compatta il suolo rendendolo sterile.
Questo modello non "produce cibo", ma "commodities per il mercato globale", con enormi sprechi energetici e la distruzione della fertilità a lungo termine.
È l'incarnazione perfetta della frattura metabolica: un sistema lineare che estrae valore (profitto) distruggendo il "capitale naturale".
Si rende dunque necessaria, oggi più che mai, l'adozione di una prospettiva politica intrinsecamente ecosocialista.
Un ritorno ai principi dell'agroecologia: policoltura, rotazione, re-integrazione tra agricoltura e allevamento (per chiudere il ciclo dei nutrienti), valorizzazione della biodiversità e del lavoro contadino.
Questa non è una visione nostalgica, ma un progetto scientificamente avanzato che sostituisce l'input energetico-chimico con l'input di conoscenza ecologica.
Esso richiede una pianificazione democratica del territorio e una de-mercificazione del cibo, ponendo la sovranità alimentare e la salute dell'ecosistema al di sopra del profitto.
Complesso Militare-Industriale
Specialmente durante la Guerra Fredda, le potenze militari hanno trattato il pianeta come un laboratorio e un'arma.
Dai test nucleari atmosferici (che hanno immesso quantità massive di radiazioni nella biosfera) ai progetti di "guerra climatica" (come la manipolazione della ionosfera, la semina delle nuvole, o l'induzione di terremoti e tsunami), il complesso militare-industriale rappresenta l'apice della "hybris" prometeica e del riduzionismo scientifico.
Il complesso militare-industriale è il maggior dissipatore di risorse: è il singolo maggior consumatore di combustibili fossili (spesso esentato dagli accordi sul clima) e il maggior produttore di rifiuti tossici.
Esso svela il nesso tra imperialismo e crisi ecologica: la guerra per le risorse (petrolio, terre rare) è essa stessa una causa primaria di devastazione ambientale (ecocidio).
Il militarismo collega la tecnologia distruttiva alla logica del potere: le tecnologie militari sono l'espressione ultima di una scienza asservita non al benessere, ma al dominio.
Un progetto ecosocialista, pertanto, non può che essere profondamente anti-militarista e pacifista.
La "ricomposizione metabolica" è impossibile finché la logica della guerra permea la nostra tecnologia e divora le risorse necessarie alla transizione ecologica.
Per una Prassi Ecosocialista
L'ecosocialismo dunque non è un ideale utopico, ma una necessità materiale: la crisi deriva dalla frattura metabolica imposta dalla logica dell'accumulazione capitalistica.
Il Capitalocene (iniziato nel tardo Quattrocento) è stato segnato dalla Grande Accelerazione post-1945.
La crisi è stata così guidata da una tecnologia riduzionista che ha violato (e viola) le leggi dell'ecologia e che deve pertanto essere sostituita da sistemi circolari da applicare al cuore della frattura: l'agricoltura (proponendo l'agroecologia come modello pratico di ricomposizione metabolica).
Questa ricomposizione deve implicare un disarmo totale, poiché il militarismo è l'espressione più violenta e nichilista della "guerra del capitale contro il pianeta".
La prospettiva politica che emerge è chiara: non esiste un "capitalismo verde"; la tecnologia da sola non ci salverà, perché è la "scelta della tecnologia" (guidata dal profitto) il problema.
La soluzione non può che essere l'azione di classe contro il modo di produzione (che "è" la frattura).
L'ecosocialismo è il progetto di una società di produttori associati che, attraverso la pianificazione democratica e il superamento della logica del valore, gestisce razionalmente il metabolismo con la natura: l'unica via per "chiudere il cerchio" prima che la frattura diventi insanabile.
Kohei Saito: "L'ecosocialismo di Karl Marx";
Alessandro Cocuzza e Giuseppe Sottile: "Frattura metabolica e Antropocene";
Ian Angus: "Anthropocene";
Barry Commoner: "Il cerchio da chiudere";
Piero Bevilacqua: "Un'agricoltura per il futuro della Terra";
Rosalie Bertell: "Pianeta terra. L'ultima arma di guerra".
Commenti
Posta un commento