di socialclimatejustice.blogspot.com
L'epoca contemporanea, segnata dall'incombere della crisi ecologica e dall'approfondirsi delle disuguaglianze globali, è il prodotto diretto di un paradigma egemonico affermatosi nel secondo dopoguerra: quello dello "sviluppo".
Per decenni, lo sviluppo – inteso primariamente come crescita economica, industrializzazione e modernizzazione sul modello occidentale – è stato presentato come l'unica via possibile verso il benessere collettivo.
Lo sviluppo però, lungi dall'essere la soluzione, si è dimostrato piuttosto il "problema".
Genealogia di una credenza occidentale
Il quadro teorico in cui si situa la riflessione del sociologo Gilbert Rist è quello del "post-sviluppo" (post-development), innervato da un approccio genealogico di matrice foucaultiana.
Rist non analizza "come" raggiungere lo sviluppo, ma come il "concetto stesso di sviluppo sia emerso, si sia istituzionalizzato e sia diventato un dispositivo di potere globale".
L'autore tratta lo sviluppo non come un processo economico oggettivo, ma come una "credenza" (belief), una costruzione sociale e storica profondamente radicata nell'immaginario occidentale, paragonabile per certi versi a una religione secolare.
L'analisi di Rist scardina i pilastri concettuali dello sviluppo.
L'invenzione della Povertà: l'elemento chiave è la tesi secondo cui il "sottosviluppo" non è una condizione originaria, ma una creazione discorsiva.
Rist individua nel Discorso sullo Stato dell'Unione del Presidente Harry Truman (20 gennaio 1949) l'atto di nascita formale del dispositivo.
Definendo la maggior parte del mondo come "aree sottosviluppate", Truman non ha semplicemente descritto una realtà, ma l'ha "costruita".
Ha trasformato la "povertà" (una condizione materiale variegata e spesso culturalmente definita) in "sottosviluppo" (un'etichetta stigmatizzante che implica un ritardo su una scala universale).
L'Etnocentrismo: lo sviluppo è intrinsecamente etnocentrico.
Presuppone una traiettoria storica unica e lineare (dalla tradizione alla modernità) il cui apice è rappresentato dalla società industriale occidentale.
Tutte le altre culture sono misurate (e trovate mancanti) rispetto a questo unico metro di giudizio.
L'Impasse dello Sviluppo: Rist dimostra come, nonostante decenni di politiche e miliardi investiti, lo sviluppo abbia fallito nei suoi stessi termini.
Non ha sradicato la povertà (spesso l'ha aggravata, distruggendo economie di sussistenza) né ridotto il divario tra Nord e Sud.
È un "impasse" pratico e teorico.
La prospettiva politica di Rist è innanzitutto un atto di "decostruzione intellettuale".
Riconoscere lo sviluppo come una credenza tossica è il primo passo per liberarsene.
Politicamente, ciò implica l'abbandono dell'universalismo dello sviluppo e l'apertura a una pluralità di definizioni del "ben Vivere", che non passino necessariamente per l'accumulazione materiale e la crescita del PIL.
Rist ci costringe a porre la domanda radicale: "dopo lo sviluppo, cosa?"
L'imperativo della Decrescita
Se Rist demolisce l'edificio storico e concettuale dello "sviluppo", l'economista e filosofo Serge Latouche, articolando la critica più nota e programmatica all'economicismo, ne attacca le fondamenta economiche: l'ossessione per la crescita.
Latouche si muove nel campo dell'"economia ecologica" e della "critica all'economicismo" (la riduzione di tutta la vita sociale a calcolo economico).
Il suo quadro è quello della "Decrescita" (degrowth).
È fondamentale notare che per Latouche la Decrescita non è la recessione (una crescita negativa), ma un progetto politico e sociale volontario, democratico e sereno.
Latouche offre una critica su due fronti: ecologico ed esistenziale.
I Limiti Fisici: l'argomento centrale è l'insostenibilità biofisica della crescita infinita in un pianeta finito.
Basandosi sui lavori di Nicholas Georgescu-Roegen (legge dell'entropia) e sui rapporti sui "limiti dello sviluppo" (Limits to Growth), Latouche dimostra che il disaccoppiamento (decoupling) tra crescita del PIL e consumo di risorse/impatto ambientale è un'illusione (lo "sviluppo sostenibile" è un ossimoro).
L'efficienza tecnologica (effetto rimbalzo o paradosso di Jevons) non risolve il problema, ma spesso lo aggrava.
La Religione della Crescita: come Rist per lo sviluppo, Latouche vede la crescita come un feticcio, una "religione" che ha colonizzato l'immaginario (l'economia è diventata teologia).
L'obiettivo della società non è più il "buon vivere", ma la crescita per la crescita.
Il Programma delle "8 R": Latouche delinea un percorso di transizione basato su otto imperativi.
Rivalutare (i valori);
riconcettualizzare (benessere, ricchezza);
ristrutturare (l'apparato produttivo); ridistribuire (la ricchezza);
rilocalizzare (l'economia);
ridurre (consumi e produzione);
riutilizzare (i beni);
riciclare (i rifiuti).
La prospettiva politica di Latouche è la costruzione di una "società dell'abbondanza frugale" (o convivialità).
Questo richiede una "decolonizzazione dell'immaginario" dall'economicismo.
Politicamente, ciò si traduce in un rafforzamento delle economie locali, della democrazia diretta, della riduzione dell'orario di lavoro e della dismissione del PIL come indicatore feticcio.
La Decrescita è, per Latouche, l'unica utopia realistica per evitare il collasso ecologico e sociale.
Progettare il Pluriverso
Arturo Escobar, antropologo colombiano, porta la critica a un livello ancora più profondo: quello ontologico.
Se Rist critica la storia e Latouche l'economia, Escobar critica la realtà stessa imposta dalla modernità.
Escobar attinge all'"antropologia politica", agli "studi decoloniali" e, in modo cruciale, alla "svolta ontologica" (ontological turn) in antropologia.
Il suo lavoro teorico si basa sulla critica all'"universalismo modernista" e sulla difesa del "Pluriverso".
Lo Sviluppo come Occupazione Ontologica:
Per Escobar, il problema dello sviluppo (e della modernità capitalista) non è solo che esso sia ingiusto o insostenibile, ma che sia "ontologicamente distruttivo".
La modernità occidentale si basa su dualismi fondamentali (Natura/Cultura, soggetto/oggetto, individuo/comunità, mente/corpo).
Lo sviluppo impone questa singola ontologia (un singolo mondo) su tutto il pianeta, distruggendo attivamente altri modi di essere e di "fare mondo" (world-making), in particolare quelli indigeni e afro-discendenti, che sono spesso "relazionali" (basati sull'interdipendenza tra umani e non-umani).
Il Pluriverso: attingendo al pensiero zapatista ("un mondo in cui molti mondi trovino posto"), Escobar definisce il "Pluriverso" come l'orizzonte politico radicale.
Non si tratta di relativismo culturale (molte culture, una sola natura/realtà), ma di relativismo ontologico: esistono molteplici realtà, molteplici modi in cui l'essere si manifesta e si intreccia.
La Progettazione come Strumento Politico:
tradizionalmente, il design è stato uno strumento della modernità capitalista (design industriale, problem-solving).
Escobar propone una "progettazione ontologica" (ontological design).
Questo design non crea oggetti o soluzioni per le comunità, ma lavora "con le comunità" (spesso marginalizzate) per proteggere, rafforzare e facilitare le loro pratiche relazionali di "fare mondo".
È un design per l'autonomia (la capacità di una comunità di definire la propria vita) e la relazionalità (l'interdipendenza con la terra, o sentipensare con la terra).
La prospettiva di Escobar è una politica della "transizione ontologica".
Non si tratta solo di decrescere (come per Latouche) o di rifiutare una credenza (come per Rist), ma di partecipare attivamente alla creazione di mondi diversi.
Le sue politiche si radicano nel sostegno ai "movimenti sociali territoriali" (in America Latina e altrove) che difendono i loro "territori-mondo" dall'estrattivismo e dallo sviluppo.
La politica diventa un atto di progettazione collettiva per la sopravvivenza del Pluriverso.
Decostruzione storica, critica economica, proposta ontologica
Gilbert Rist, Serge Latouche e Arturo Escobar, letti insieme, offrono strumenti intellettuali di straordinaria potenza critica.
Gli autori smontano il paradigma dominante da tre angolazioni complementari: storica, economica e ontologica.
Rist agisce come l'archeologo: dissotterrando le origini viziate della credenza nello "sviluppo" e rivelandone l'etnocentrismo e il fallimento storico, fornisce la consapevolezza critica necessaria per iniziare il cambiamento.
Latouche agisce come l'ingegnere ecologico: dimostrando l'impossibilità matematica e fisica di continuare sulla via della crescita, fornisce l'urgenza pratica e un programma (la Decrescita) per gestire la transizione materiale.
Escobar agisce come il filosofo-attivista: portando la critica alle sue estreme conseguenze, mostra che la crisi non è solo economica o storica, ma ontologica (l'imposizione di un unico mondo distruttivo); l'antropologo fornisce un orizzonte politico, il Pluriverso, e uno strumento, la progettazione autonoma, per coltivare radicalmente "altri modi di esistere".
Mentre Rist ci dice "perché" dobbiamo abbandonare lo sviluppo e Latouche ci dice "cosa" dobbiamo fare (decrescere), Escobar suggerisce "come" possiamo pensare e "chi" sta già costruendo le alternative (i difensori del Pluriverso).
Insieme, le loro opere non sono solo una diagnosi della modernità in crisi, ma un arsenale teorico indispensabile per chiunque sia impegnato a immaginare e costruire futuri radicalmente diversi, giusti e rigenerativi oltre l'orizzonte ormai esaurito della crescita e dello sviluppo.
Gilbert Rist: "The History of Development";
Serge Latouche: "Farewell to Growth";
Arturo Escobar: "Designs for the Pluriverse".
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