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Il Paradigma della Decolonizzazione
Ilan Pappé, storico, accademico e attivista israeliano, rappresenta una delle voci più influenti nel panorama degli studi sul conflitto israelo-palestinese.
Pappé si è progressivamente distinto dai suoi colleghi per la radicalità delle sue conclusioni e per il quadro interpretativo che applica alla storia del sionismo e dello Stato di Israele.
Attraverso un'analisi delle sue opere fondamentali emerge un pensiero coerente e monolitico, il cui fulcro risiede nella rilettura del progetto sionista come "un'impresa coloniale d'insediamento" (settler-colonialism) e nella conseguente interpretazione della Nakba del 1948 non come un effetto collaterale della guerra, ma come un'operazione pianificata di pulizia etnica.
Il Sionismo: un Progetto Coloniale
Il punto di partenza del pensiero di Pappé è il rifiuto della narrazione sionista tradizionale, che descrive il sionismo come un movimento di liberazione nazionale del popolo ebraico tornato nella sua antica patria.
Al contrario, Pappé lo inquadra in un paradigma post-coloniale.
Il sionismo, nella sua analisi, agisce fin dalle origini (alla fine del XIX secolo) come un tipico movimento coloniale europeo: il suo obiettivo non era integrarsi nella società autoctona, ma sostituirla.
In questo quadro, la Palestina di fine Ottocento non era una "terra senza popolo per un popolo senza terra", come recitava uno slogan sionista, ma una società vibrante, parte integrante del tessuto culturale e politico dell'Impero Ottomano, con una vivace economia, una stratificazione sociale complessa e un nascente sentimento nazionale.
Pappe' si sforza di restituire voce e agency a questa società palestinese, descrivendone la vita quotidiana, le istituzioni e la resistenza all'avanzata del progetto sionista.
L'acquisto di terre da parte di enti come il Fondo Nazionale Ebraico e l'impiego esclusivo di manodopera ebraica non vengono letti come semplici transazioni economiche, ma come strategie deliberate di espropriazione e sostituzione demografica, tipiche di un'impresa coloniale d'insediamento.
Questa cornice interpretativa è fondamentale, poiché sposta il conflitto dallo "scontro tra due nazionalismi" a una dinamica tra una potenza colonizzatrice e una popolazione indigena che resiste all'espropriazione.
Una Pulizia Etnica pianificata dal 1948
Se il sionismo è il quadro teorico, la pulizia etnica è l'evento fondativo che ne svela la logica intrinseca.
Utilizzando documenti declassificati dagli archivi militari israeliani, diari di leader sionisti come David Ben-Gurion e testimonianze palestinesi, Pappé sostiene che l'esodo di oltre 750.000 palestinesi nel 1948 non fu una fuga volontaria né una conseguenza caotica della guerra, ma il risultato di un piano deliberato, concepito dalla leadership sionista ben prima dell'inizio delle ostilità.
Il perno di questa argomentazione è il cosiddetto "Piano Dalet (Piano D)", lanciato nel marzo 1948.
Mentre la storiografia tradizionale lo presenta come un piano militare difensivo per proteggere il nascente stato ebraico, Pappé lo reinterpreta come un progetto sistematico per la conquista e la "de-arabizzazione" della Palestina.
Il piano, secondo la sua lettura, forniva ai comandanti delle brigate Haganah istruzioni dettagliate per l'occupazione di villaggi e città arabe, la loro distruzione sistematica, l'espulsione degli abitanti e la posa di mine per impedirne il ritorno.
L'uso del termine "pulizia etnica" non è per Pappé un'iperbole polemica, ma una precisa categoria del diritto internazionale che descrive un'operazione finalizzata a omogeneizzare etnicamente un territorio attraverso l'uso della forza, l'intimidazione e il terrore.
Questo evento, la Nakba ("catastrofe" in arabo), non è dunque un capitolo chiuso della storia, ma la matrice di un processo continuo di espropriazione che definisce ancora oggi la realtà del conflitto.
La decostruzione dei miti fondativi e la logica della "prigione"
In modo sistematico, Pappé affronta e smonta le narrazioni che costituiscono, a suo avviso, l'impalcatura ideologica dello Stato di Israele: dal mito della terra vuota, a quello della fuga volontaria dei palestinesi, fino all'idea che la guerra del 1967 fosse una guerra "senza scelta" o che Israele sia "l'unica democrazia del Medio Oriente".
Ogni "mito" viene contrapposto a una contro-narrazione basata sulla sua interpretazione dei fatti storici, rafforzando l'idea di uno stato fondato su un atto di rimozione originario e sostenuto da una "mitologia auto-assolutoria".
Pappé rifiuta l'idea che l'occupazione della Cisgiordania e di Gaza sia una condizione temporanea o una conseguenza della mancata pace.
Al contrario, la vede come l'evoluzione naturale e logica del progetto sionista.
Il controllo militare, la colonizzazione tramite insediamenti, la gestione burocratica della popolazione palestinese e l'assedio di Gaza vengono descritti come elementi di un unico sistema di controllo totale.
Israele ha trasformato i territori occupati in un enorme carcere a cielo aperto, un modello di "mega-prigione" dove la popolazione è costantemente sorvegliata, gestita e repressa.
Questa non è un'anomalia, ma la continuazione della pulizia etnica con altri mezzi: non più l'espulsione fisica su larga scala, ma l'incarcerazione demografica e la frammentazione territoriale (che Pappé definisce "genocidio incrementale" nel caso di Gaza).
Un'implacabile logica coloniale collega
l'ideologia sionista del XIX secolo alla pulizia etnica del 1948 e al sistema di controllo carcerario post-1967: una visione d'insieme coerente e tragica.
Implicazioni politiche
Il lavoro storiografico di Ilan Pappé è intrinsecamente legato a una ferma posizione politica: se la premessa è che il sionismo è un progetto coloniale di sostituzione, la conclusione logica per Pappé è che la soluzione dei "due stati" è non solo impraticabile, ma anche moralmente insostenibile, poiché legittimerebbe uno stato fondato sulla pulizia etnica.
La sua analisi storica lo porta a sostenere apertamente la necessità di un unico stato democratico e laico in tutta la Palestina storica, con uguali diritti per tutti i suoi cittadini e il riconoscimento del diritto al ritorno dei profughi palestinesi.
L'impatto del lavoro di Ilan Pappé è innegabile: la sua opera ha costretto la storiografia a confrontarsi con la narrazione palestinese e ha reso mainstream concetti come "settler-colonialism" e "pulizia etnica" nel dibattito accademico e attivista.
Il suo pensiero rappresenta la più completa e radicale applicazione di un paradigma post-coloniale alla storia di Israele e Palestina, offrendo una narrazione potente e alternativa che sfida le fondamenta stesse del racconto sionista e continua a plasmare in modo decisivo la comprensione del conflitto.
Ilan Pappé: "Storia della Palestina moderna";
Ilan Pappé: "La pulizia etnica della Palestina";
Ilan Pappé: "10 miti su Israele";
Ilan Pappé: "La prigione più grande del mondo";
Ilan Pappé: "Brevissima storia del conflitto tra Israele e Palestina".
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