La storia ambientale militante di Marco Armiero.

di socialclimatejustice.blogspot.com


Scavare nel presente, contestare il passato.

Marco Armiero si è affermato come una delle voci più influenti e innovative nel campo della storia ambientale, non solo in Italia ma a livello internazionale.
La sua opera, caratterizzata da un profondo rigore accademico unito a un esplicito impegno civile, utilizza la lente della storia dell'ambiente per rinegoziare le grandi narrazioni della modernità, dello stato-nazione e del progresso.
Analizzando quattro dei suoi contributi più significativi – il suo approccio generale alla "Storia dell'ambiente", la decostruzione del nazionalismo in "La Natura del Duce", l'analisi del disastro come processo in "La tragedia del Vajont", e la concettualizzazione della nostra epoca in "L'era degli scarti" – emerge un progetto intellettuale coerente: quello di una storia che non si limita a descrivere il passato, ma lo interroga per illuminare le ingiustizie del presente e immaginare futuri alternativi.
Per Armiero, la storia ambientale è, nella sua essenza, ecologia politica applicata al passato.

La Storia Ambientale come Ecologia Politica

Il contributo di Armiero alla storia ambientale in Italia è stato fondativo.
Egli ha spostato la disciplina da una potenziale cronaca dei cambiamenti ecologici a un'analisi critica delle relazioni di potere che mediano il rapporto tra società umane e mondi non- umani.
Il suo approccio non si interroga semplicemente su "cosa" è cambiato nell'ambiente, ma su "chi" ha causato tali cambiamenti, "chi" ne ha tratto beneficio e "chi" ne ha pagato il prezzo.
Questo quadro, profondamente influenzato dall'ecologia politica, pone al centro della ricerca le nozioni di conflitto, giustizia ambientale e subalternità.
Armiero insiste sul fatto che la natura non sia un palcoscenico passivo su cui si svolge la storia umana, ma un attore storico a pieno titolo, le cui trasformazioni sono inestricabilmente legate a processi sociali, economici e culturali.
Fondamentale è la sua attenzione alle "voci subalterne": contadini, pastori, comunità montane, le cui conoscenze ecologiche vernacolari e le cui resistenze alle trasformazioni imposte dall'alto sono state sistematicamente cancellate dalle narrazioni storiografiche tradizionali, concentrate sullo stato e sulle élite economiche.

La Natura del Duce: costruire la Nazione attraverso l'ambiente

In "La Natura del Duce", scritto con Roberta Biasillo, Armiero applica magistralmente questa metodologia al caso del fascismo italiano.
Il libro smantella l'idea di una "politica ambientale" del regime, dimostrando come la natura sia stata piuttosto uno strumento fondamentale per la costruzione ideologica e materiale dello Stato fascista.
Ogni grande politica "ambientale" del ventennio viene riletta come un progetto politico.
La "battaglia del grano" non era solo una questione di autosufficienza alimentare, ma un'operazione culturale per forgiare l'immagine di un'Italia rurale, fertile e autarchica, in contrapposizione alle democrazie plutocratiche.
Le imponenti "bonifiche", come quella dell'Agro Pontino, sono presentate non come semplici opere di ingegneria idraulica, ma come atti di conquista di una natura "selvaggia" e "malsana", finalizzati a imporre un nuovo ordine sociale e a creare un "italiano nuovo".
Anche il culto degli alberi e i rimboschimenti erano intrisi di un'ideologia che legava la foresta alla virilità della nazione e alla purezza della stirpe.
"La Natura del Duce" è un esempio emblematico di come la storia ambientale possa svelare il "lato oscuro" della modernizzazione, mostrando quanto il controllo sulla natura sia inseparabile dal controllo sugli esseri umani.

La tragedia del Vajont: anatomia di un disastro

L'analisi che Armiero dedica alla tragedia del Vajont rappresenta un punto di svolta nella comprensione dei disastri cosiddetti "naturali".
Rifiutando la narrazione fatalista di un evento imprevedibile, Armiero ricolloca la tragedia all'interno di un processo storico di lunga durata, definito da scelte politiche, economiche e tecnologiche precise.
Il Vajont non fu una calamità naturale, ma il culmine di un conflitto ambientale.
Da un lato, vi era la logica del "progresso" e dello sviluppo nazionale, incarnata dalla SADE (Società Adriatica di Elettricità), che vedeva la montagna come una mera risorsa da sfruttare per l'energia idroelettrica.
Dall'altro, vi era la conoscenza ecologica della comunità locale, che da tempo segnalava l'instabilità del Monte Toc.
Il disastro avvenne quando la conoscenza scientifica degli ingegneri, accecata dall'arroganza tecnocratica e dagli interessi economici, prevalse sul sapere vernacolare.
L'opera di Armiero è cruciale per due motivi: in primo luogo, definisce il Vajont come un caso esemplare di ingiustizia ambientale, dove i costi del "progresso" nazionale furono scaricati su una comunità subalterna ritenuta sacrificabile.
In secondo luogo, analizza la "politica della memoria", ovvero la lotta dei sopravvissuti per far riconoscere la responsabilità umana e statale contro il tentativo iniziale di archiviare l'evento come una tragica fatalità.

L'era degli scarti: Il Wasteocene come paradigma del presente

Con "L'era degli scarti. Cronache dal Wasteocene", Armiero propone una nuova categoria interpretativa per la nostra epoca.
Invece del termine "Antropocene", che identifica l'umanità intera come forza geologica, Armiero conia il concetto di "Wasteocene".
Questa scelta terminologica ha profonde implicazioni politiche.
Se l'Antropocene rischia di appiattire le responsabilità, il Wasteocene le differenzia, sostenendo che la caratteristica fondamentale del nostro tempo non è solo l'impatto umano sul pianeta, ma la produzione sistemica di "scarti".
Lo scarto, nella visione di Armiero, ha una duplice valenza.
È lo scarto materiale – rifiuti tossici, plastica, inquinamento – che viene sistematicamente delocalizzato verso le comunità più povere e marginalizzate del pianeta.
Ma è anche, e soprattutto, lo scarto umano: vite e luoghi considerati "di scarto" dal sistema capitalista globale.
I migranti che annegano nel Mediterraneo, i lavoratori precari, le comunità le cui terre sono state devastate dall'estrattivismo sono gli abitanti del Wasteocene.
Questo concetto lega indissolubilmente la crisi ecologica alla crisi sociale, mostrando che sono due facce della stessa medaglia.
Il Wasteocene non è un'epoca futura, ma il presente in cui viviamo, definito dalle relazioni di potere che determinano chi produce i rifiuti e chi è costretto a viverci dentro, chi prospera creando deserti e chi viene, suo malgrado, trasformato in deserto.

Una storiografia per l'azione

L'opera di Marco Armiero si rivela come un progetto storiografico coerente e potente.
Dalla critica delle narrazioni nazionali alla ridefinizione del disastro, fino alla concettualizzazione del "Wasteocene", il filo rosso è un'instancabile attenzione alle dinamiche di potere e all'ingiustizia che si celano dietro le trasformazioni ambientali.
La sua è una "storia pubblica" nel senso più nobile del termine: rigorosa nella ricerca, ma concepita per uscire dalle aule accademiche e diventare uno strumento di consapevolezza e di mobilitazione.
Armiero ci insegna che studiare la storia dell'ambiente non è un esercizio nostalgico sul "mondo perduto", ma un'indagine urgente sulle radici storiche delle crisi contemporanee.
È uno scavo archeologico nel presente, che riporta alla luce le storie sepolte degli "scartati" per contestare i rapporti di forza attuali e rivendicare il diritto a un futuro ecologicamente e socialmente più giusto.


M.Armiero e S.Barca: "Storia dell'ambiente. Una introduzione";

M.Armiero e R.Biasillo: "La natura del Duce. Una storia ambientale del fascismo";

M.Armiero: "L'era degli scarti. Cronache dal Wasteocene";

M.Armiero: "La tragedia del Vajont. Ecologia politica di un disastro".


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