La deviazione del corso della storia africana
Il processo di decolonizzazione in Africa, che raggiunse il suo apice nella seconda metà del XX secolo, non rappresentò una netta cesura con il passato coloniale, ma l'inizio di una nuova, altrettanto subdola, forma di contesa per il potere e le risorse del continente.
In questo scenario, noto come neocolonialismo, emersero figure di leader carismatici e visionari, animati dall'ideale di un'Africa unita, sovrana ed economicamente indipendente, libera dalle catene dello sfruttamento esterno: l'ideale del panafricanismo.
Tuttavia, questo sogno di un'alba africana fu sistematicamente tradito.
Molti di questi leader furono assassinati o deposti attraverso colpi di stato, e dietro queste tragedie si staglia, con gradi di certezza variabili ma con una consistenza inquietante, l'ombra della complicità delle potenze occidentali.
Inseriti nel più ampio contesto della Guerra Fredda e dell'apartheid, questi leader, spesso orientati verso il socialismo o il non-allineamento, vennero percepiti come una minaccia strategica ed economica agli interessi di Stati Uniti, Francia, Belgio, Portogallo e Regno Unito.
La "Françafrique": omicidi e colpi di stato nell'ex impero francese
Il termine "Françafrique" descrive la rete di relazioni opache (economiche, militari e istituzionali) tra la Francia e le sue ex colonie; un sistema che ha garantito per decenni l'influenza di Parigi e la protezione dei suoi interessi strategici, primi fra tutti l'accesso alle materie prime e il controllo monetario attraverso il Franco CFA.
I leader che osarono sfidare questo ordine furono rimossi con spietata efferatezza.
Félix-Roland Moumié (Camerun)
Leader dell'Union des Populations du Cameroun (UPC), movimento di liberazione nazionalista di ispirazione marxista, fu avvelenato con il tallio a Ginevra nel 1960.
L'assassinio fu orchestrato dal servizio segreto francese (SDECE), come confermato da documenti e testimonianze successive.
La Francia, determinata a sopprimere l'UPC, preferì installare e sostenere il regime più accomodante di Ahmadou Ahidjo, garantendosi così il controllo sul Paese.
L'eliminazione di Moumié è uno dei casi più palesi di assassinio politico condotto da una potenza occidentale in Africa.
Sylvanus Olympio (Togo)
Primo presidente del Togo indipendente, Olympio perseguì una politica di autonomia che culminò nella decisione di abbandonare il Franco CFA per creare una moneta nazionale.
Questa mossa fu vista da Parigi come un affronto intollerabile.
Il 13 gennaio 1963, fu assassinato durante il primo colpo di stato militare dell'Africa francofona post-coloniale, guidato da Gnassingbé Eyadéma, ex sergente dell'esercito coloniale francese.
Sebbene non vi sia prova di un ordine diretto dall'Eliseo, il coinvolgimento francese è fortemente probabile, data la tempistica, il profilo degli esecutori e il beneficio strategico che la Francia ne trasse.
Thomas Sankara (Burkina Faso)
Rivoluzionario, panafricanista e anti-imperialista, "il Che Guevara africano", cambiò il nome del suo paese da Alto Volta a Burkina Faso ("Terra degli uomini integri").
Le sue politiche di autosufficienza alimentare, lotta alla corruzione e rifiuto del debito estero, insieme alla sua critica feroce al neocolonialismo francese, lo resero una figura scomoda.
Fu assassinato il 15 ottobre 1987 durante un colpo di stato guidato dal suo secondo, Blaise Compaoré.
Per decenni si è sospettato un forte coinvolgimento francese e, forse, della CIA.
Recenti inchieste della giustizia burkinabé e l'apertura di alcuni archivi francesi hanno rafforzato le accuse di un appoggio logistico e di intelligence francese ai golpisti, per eliminare una voce che minacciava le fondamenta della Françafrique.
Modibo Keïta (Mali)
Pioniere del socialismo africano e del panafricanismo, fu deposto da un colpo di stato militare.
Keïta, che nel 1962 ritirò il Mali dalla zona del Franco CFA, fu rovesciato nel 1968 da Moussa Traoré.
L'implicazione francese è fortemente sospettata, in linea con il modello applicato altrove.
Ahmed Ben Bella (Algeria)
Ben Bella, eroe della guerra d'indipendenza algerina, fu deposto nel 1965 dal suo ministro della difesa, Houari Boumédiène.
Sebbene in questo caso si tratti anche di una lotta di potere interna, la sua retorica terzomondista e le sue politiche di nazionalizzazione avevano alienato gli interessi occidentali, che videro con favore la sua rimozione.
Mehdi Ben Barka (Marocco)
Figura di spicco dell'opposizione marocchina e leader del movimento terzomondista, Ben Barka fu "fatto sparire" a Parigi nel 1965.
L'operazione fu condotta dai servizi segreti marocchini con la comprovata complicità di elementi della polizia e dei servizi segreti francesi.
Il "caso Ben Barka" divenne un enorme scandalo politico che mise in luce i legami letali tra lo stato francese e i regimi autoritari suoi alleati.
Marien Ngouabi (Repubblica del Congo)
Presidente marxista-leninista, Ngouabi fu assassinato nel 1977.
Le sue politiche di nazionalizzazione, in particolare nel settore petrolifero, avevano danneggiato gli interessi francesi.
Come per altri casi nella regione, il coinvolgimento dei servizi segreti francesi è stato fortemente sospettato, sebbene mai provato in modo conclusivo.
Il Congo e l'assassinio di Patrice Lumumba.
Il caso di Patrice Lumumba (Repubblica Democratica del Congo) è forse il più documentato ed emblematico della convergenza di interessi occidentali nell'eliminazione di un leader nazionalista.
Primo ministro democraticamente eletto del Congo, Lumumba era determinato a garantire al suo popolo il controllo delle immense ricchezze minerarie del paese, in particolare nella provincia secessionista del Katanga, sostenuta da compagnie minerarie belghe e interessi occidentali.
Il suo appello all'Unione Sovietica per un aiuto logistico, dopo il rifiuto dell'ONU e degli USA, fu il pretesto finale per eliminarlo.
Fu deposto da un colpo di stato guidato da Joseph-Désiré Mobutu e successivamente assassinato nel gennaio 1961.
Una commissione d'inchiesta parlamentare belga nel 2001 ha concluso che il Belgio ha avuto più che una "responsabilità morale" nell'assassinio del leader congolese.
Documenti declassificati della CIA hanno inoltre rivelato l'esistenza di piani per avvelenarlo, autorizzati ai più alti livelli del governo statunitense, anche se l'operazione non fu eseguita come pianificato.
L'eliminazione di Lumumba spianò la strada a tre decenni di cleptocrazia sotto Mobutu Sese Seko, fedele alleato dell'Occidente durante la Guerra Fredda.
La lotta contro il colonialismo portoghese
L'ultima grande ondata di decolonizzazione riguardò le colonie portoghesi.
Anche qui, i leader della liberazione furono bersagli primari.
Amílcar Cabral (Guinea-Bissau e Capo Verde)
Fondatore e mente del principale movimento di liberazione, il PAIGC, Cabral fu assassinato a Conakry nel 1973, prima di poter vedere il suo paese conquistare l'indipendenza.
Eduardo Mondlane (Mozambico)
Fondatore del movimento di liberazione FRELIMO, Mondlane fu ucciso da un pacco bomba nel 1969 in Tanzania.
Come nel caso di Cabral, l'assassinio fu eseguito da dissidenti interni al movimento, ma orchestrato dalla PIDE, la polizia segreta portoghese, con l'obiettivo di decapitare la leadership rivoluzionaria.
Samora Machel (Mozambico)
Successore di Mondlane, divenne il primo presidente del Mozambico.
Morì nel 1986, quando il suo aereo presidenziale si schiantò in territorio sudafricano.
La commissione d'inchiesta del regime dell'apartheid concluse l'indagine attribuendo lo schianto ad un errore del pilota, ma indagini successive, inclusa una commissione sovietica, suggerirono che l'aereo fu dirottato da un falso segnale radio (un "faro VOR-fantasma"), una tecnologia che si presume fosse in possesso dei servizi segreti sudafricani.
Il Sudafrica dell'apartheid infatti, sostenuto implicitamente da alcuni ambienti occidentali come baluardo anticomunista, aveva ogni interesse a eliminare Machel, principale sostenitore dell'ANC.
Agostinho Neto (Angola)
La morte del primo presidente dell'Angola, avvenuta in un ospedale di Mosca nel 1979, ufficialmente per un cancro, è stata oggetto di persistenti accuse di negligenza medica o avvelenamento, sebbene le prove rimangano speculative.
Il Commonwealth e la Guerra Fredda
Anche nell'Africa anglofona, i leader con agende panafricaniste e socialiste furono visti con sospetto da Londra e Washington.
Kwame Nkrumah (Ghana)
Padre dell'indipendenza del Ghana e principale esponente del panafricanismo, Nkrumah fu deposto da un colpo di stato militare nel 1966 mentre si trovava in visita di stato in Cina.
La sua visione panafricanista e le sue politiche socialiste lo avevano reso inviso all'Occidente.
Documenti declassificati della CIA hanno successivamente confermato che l'ambasciata americana ad Accra era a conoscenza del complotto e che lo aveva incoraggiato, considerandolo un esito favorevole per gli interessi statunitensi.
La lotta contro il regime di apartheid in Sudafrica
Steve Biko (Sudafrica)
Leader del Black Consciousness Movement, Biko fu brutalmente assassinato in carcere dalla polizia sudafricana nel 1977.
Chris Hani (Sudafrica)
Chris Hani, leader del Partito Comunista Sudafricano e figura chiave dell'ala militare dell'ANC, fu assassinato nel 1993 da un estremista di destra bianco.
Sebbene, per entrambi gli omicidi, gli esecutori materiali fossero agenti del regime dell'apartheid, la complicità occidentale in questi casi è più indiretta ma strutturale: per decenni, Stati Uniti e Regno Unito, sotto le amministrazioni Reagan e Thatcher, si opposero a sanzioni severe contro il Sudafrica, considerandolo un alleato strategico.
Questo sostegno ha di fatto prolungato la vita del regime e la sua capacità di reprimere e assassinare i suoi oppositori.
Un'eredità di sovranità negata
Le vicende occorse a questi leader rivelano uno schema coerente quanto devastante.
Dall'assassinio per mano di agenti segreti (Moumié, Ben Barka) al sostegno a colpi di stato (Nkrumah, Keita), dalla responsabilità morale e logistica negli omicidi (Lumumba, Sankara) alla complicità indiretta tramite il sostegno a regimi oppressivi (Biko, Hani), le potenze occidentali hanno giocato un ruolo cruciale, spesso decisivo, nell'eliminazione di una generazione di leader africani.
La loro colpa, agli occhi di Parigi, Bruxelles, Lisbona, Londra e Washington, era quella di perseguire una sovranità reale e non solo formale, sfidando l'ordine economico neocoloniale e l'assetto bipolare della Guerra Fredda.
L'impatto di queste perdite è incalcolabile: ha decapitato movimenti politici progressisti, ha installato decenni di dittature brutali e corrotte (Mobutu, Eyadéma, Compaoré), ha ritardato l'indipendenza e lo sviluppo socioeconomico soffocando il sogno di un'unità continentale.
L'eliminazione di questi leader fu un'operazione strategica e sistematica, volta a stroncare sul nascere un modello di sviluppo alternativo, le cui conseguenze si riverberano tuttora in ogni aspetto della vita politica, economica e sociale del continente africano.
Questi omicidi politici rappresentano una chiave di lettura essenziale per decifrare le complesse crisi che affliggono le nazioni dell'Africa contemporanea.
Onorare la memoria di queste figure significa cercare di comprendere l'architettura del futuro che fu negato ai loro Paesi e, di conseguenza, le fondamenta delle crisi attuali.
È possibile analizzare questo impatto devastante attraverso tre assi interconnessi: la condanna allo sfruttamento economico, l'imposizione di modelli politici autoritari e la frammentazione del tessuto sociale e nazionale.
Le radici della "Maledizione delle risorse"
La visione di leader come Patrice Lumumba, Thomas Sankara, Sylvanus Olympio e Kwame Nkrumah era radicata in un principio non negoziabile: le risorse naturali dell'Africa appartengono agli africani e devono essere il motore del loro sviluppo.
L'assassinio di Patrice Lumumba è il "peccato originale" della Repubblica Democratica del Congo.
La determinazione di Lumumba a nazionalizzare le immense ricchezze minerarie del Katanga (uranio, rame, cobalto) minacciava direttamente gli interessi del Belgio e di multinazionali come l'Union Minière.
La sua eliminazione e la successiva installazione del regime cleptocratico di Mobutu Sese Seko, sostenuto per 32 anni dall'Occidente come baluardo anticomunista, non comportò solo la morte di un uomo, ma la nascita di un sistema di saccheggio istituzionalizzato.
La crisi odierna della RDC, con i suoi conflitti per il controllo delle "terre rare", la violenza endemica nell'est e la povertà abissale, nonostante l'incredibile ricchezza del sottosuolo, è la diretta eredità di quella scelta.
Fu deliberatamente distrutto un modello di sviluppo sovrano per imporre un modello di estrazione neocoloniale che persiste ancora oggi.
Sylvanus Olympio in Togo e Thomas Sankara in Burkina Faso furono uccisi dopo aver sfidato il pilastro del controllo economico francese: il Franco CFA.
La decisione di Olympio di battere una propria moneta comportò la sua condanna a morte.
Similmente, il progetto di Sankara mirava all'autosufficienza alimentare e alla liberazione dal debito, che egli definiva "una riconquista abilmente gestita dell'Africa".
Il suo assassinio, con la forte presunzione di complicità francese, e la successiva reintegrazione del Burkina Faso nell'ortodossia economica neoliberale sotto Blaise Compaoré, hanno spento un modello che avrebbe potuto ispirare l'intera regione del Sahel.
Oggi, quella stessa regione è tornata epicentro della lotta contro l'instabilità, la dipendenza dagli aiuti internazionali e l'insicurezza alimentare, che il modello endogeno di Sankara mirava a prevenire.
Le radici dell'autoritarismo e della corruzione
La democrazia, per funzionare, ha bisogno di istituzioni, ma anche di una cultura politica e di movimenti e leader che la incarnino.
L'Occidente, durante la Guerra Fredda ha sistematicamente preferito: "figli di puttana purché fossero i nostri figli di puttana", come recita il famoso adagio attribuito alla politica estera statunitense.
Da Lumumba a Mobutu, da Sankara a Compaoré; questi non furono semplici cambi di regime, ma paradigmatici salti dal carisma visionario alla tirannia predatoria dell'"Uomo Forte".
Mobutu, Compaoré, Eyadéma (in Togo dopo Olympio) rappresentavano infatti un modello politico preciso, l'antitesi dei leader che hanno sostituito: non erano panafricanisti, ma nazionalisti di facciata; non erano socialisti, ma capitalisti di rapina.
Hanno governato per decenni privatizzando lo stato, creando reti di nepotismo e reprimendo ogni dissenso.
Questa eredità tossica è una delle radici più profonde delle odierne crisi di governance in Africa.
La debolezza delle istituzioni democratiche, la corruzione endemica che prosciuga i bilanci pubblici e la sfiducia dei cittadini verso la politica non sono "caratteristiche culturali africane", ma il risultato dell'imposizione pluridecennale di un modello politico sostenuto dall'esterno dopo aver eliminato le alternative.
Le storie di Mehdi Ben Barka e Félix-Roland Moumié sono emblematiche.
Non erano capi di stato, ma leader di opposizioni credibili, portatori di una visione alternativa per i loro paesi.
Il loro assassinio, eseguito con la complicità diretta dei servizi segreti francesi, inviò un messaggio terrificante a un'intera generazione di intellettuali e attivisti: il silenziamento del dissenso; non ci sarebbe stato spazio per un'alternativa all'ordine stabilito.
Questo ha contribuito a creare un panorama politico asfittico, dove spesso l'unica alternativa al potere autoritario consiste nell'estremismo o nella lotta armata, più che nella costruzione di un'opposizione democratica e strutturata.
Le radici dei conflitti e delle divisioni
Molti di questi leader politici erano anche teorici panafricanisti e costruttori di nazioni.
La loro visione mirava a superare le divisioni etniche e tribali, spesso esacerbate ad arte dal colonialismo, per forgiare un'identità panafricana comune.
L'assassinio di Amílcar Cabral (Guinea-Bissau) e Eduardo Mondlane (Mozambico) da parte della polizia segreta portoghese (PIDE) non fu solo un atto di guerra: fu una strategia mirata a decapitare e gettare il caos nei movimenti di liberazione alla vigilia della vittoria.
Eliminando i leader più carismatici e intellettualmente solidi, si favorirono le lotte di fazione interne e si indebolirono i futuri stati indipendenti.
Le devastanti guerre civili che seguirono in Angola e Mozambico, alimentate da Sudafrica e Stati Uniti che sostenevano movimenti ribelli come l'UNITA e la RENAMO, furono facilitate da queste divisioni originali e dalla frammentazione sociale, seminate con l'eliminazione delle figure che avevano la statura per unire le diverse anime della lotta.
In Sudafrica, Steve Biko, con la sua filosofia della "Black Consciousness", lavorava per decolonizzare la mente degli oppressi, un passo fondamentale per una vera liberazione.
Chris Hani, con il suo immenso prestigio, era una figura chiave per garantire una transizione pacifica e per tenere insieme le anime più radicali e quelle più moderate dell'ANC.
Le loro eliminazioni furono attacchi mirati al cuore ideologico e politico della lotta, per ucciderne la coscienza e l'unità.
Attacchi che miravano a promuovere il caos e la guerra civile; uno scenario che in Sudafrica fu evitato solo grazie alla statura di figure come Nelson Mandela.
Tuttavia, molte delle attuali tensioni sociali e delle disuguaglianze radicali che persistono nel Sudafrica odierno sono anche il frutto della mancanza di voci come le loro nel dibattito post-apartheid.
Onorare la memoria: una lotta per il futuro
Approfondire queste storie significa comprendere che le crisi nei Paesi africani non sono un destino ineluttabile.
La fame nel Sahel non è inevitabile se si pensa al modello di autosufficienza e sovranità alimentare immaginato da Sankara.
La guerra per le risorse nel Congo non è fatale se si riesce ad immaginare la visione panafricanista di Lumumba.
La corruzione è tutt'altro che un "tratto culturale" se si considera l'integrità di leader come Marien Ngouabi o Modibo Keïta.
La loro memoria, dunque, va oltre il ricordo: invita a riconoscere il nesso causale, per comprendere come le attuali strutture di potere e sottosviluppo siano il risultato di scelte politiche deliberate, spesso esterne al continente; suggerisce di recuperare la loro visione per studiarne scritti, discorsi e progetti politici come possibili fonti di ispirazione per le sfide odierne; invita infine a sostenere la lotta contemporanea, per comprendere quanto i movimenti odierni che in Africa si battono per la sovranità monetaria, la cancellazione del debito e il controllo democratico delle risorse siano i diretti eredi di quella generazione tradita.
La visione di un'Africa libera e sovrana e' stata sepolta sotto decenni di dittature, sfruttamento e interferenze esterne.
Dissotterrare queste storie, analizzarle e comprenderne le profonde conseguenze è il primo, indispensabile passo per riprendere un cammino interrotto e lottare perché, finalmente, l'alba possa sorgere e porre così fine a questa "lunga notte".
1. Commissioni d'inchiesta
Commissione d'inchiesta parlamentare belga sull'assassinio di Patrice Lumumba;
U.S. Senate "Church Committee" Report - Alleged Assassination Plots Involving Foreign Leaders;
Commissione per la Verità e la Riconciliazione (TRC) del Sudafrica;
2. Documenti Governativi Declassificati
Archivi della CIA;
Archivi del Dipartimento di Stato USA;
Archivi Nazionali del Regno Unito;
Archivi francesi.
3. Opere accademiche e giornalismo investigativo
Ludo De Witte: "The Assassination of Lumumba";
François-Xavier Verschave: "La Françafrique, le plus long scandale de la République";
Georges Nzongola-Ntalaja: "The Congo from Leopold to Kabila: A People's History";
Bruno Jaffré: "Biographie de Thomas Sankara: La patrie ou la mort...";
Piero Gleijeses: Conflicting Missions: Havana, Washington and Africa, 1959-1976"
4. Documentari
"Lumumba", diretto da Raoul Peck;
"Thomas Sankara: The Upright Man", diretto da Robin Shuffield.
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