di socialclimatejustice.blogspot.com
La mercificazione delle risorse vitali
Stefano Liberti, attraverso le sue inchieste giornalistiche dal respiro saggistico, si è imposto nel panorama intellettuale italiano come uno dei più lucidi e implacabili critici del sistema agroalimentare globalizzato.
Le sue opere non sono semplici reportage ma analisi profonde basate su una solida impalcatura critica, organica e coerente, radicata nell'economia politica, nella geografia critica e negli studi postcoloniali, volta a svelare le dinamiche di potere che governano il cibo e chi possiede la terra da cui il cibo proviene.
Esse delineano i contorni di un'architettura economica e politica che mercifica le risorse vitali, concentra il potere nelle mani di pochi attori transnazionali e genera disuguaglianze sistemiche.
Neoliberismo, finanziarizzazione e Neocolonialismo
Liberti non si limita a descrivere gli effetti della globalizzazione, ma disseziona i meccanismi ideologici e strutturali del paradigma neoliberale applicato al settore agroalimentare.
Il mercato, lungi dall'essere un'entità neutra e autoregolata, è in realtà un costrutto politico che favorisce sistematicamente i grandi capitali a scapito dei piccoli produttori, della sostenibilità ambientale e della sovranità alimentare delle comunità.
In seguito alla crisi finanziaria del 2007-2008 la corsa all'accaparramento delle terre (Land Grabbing) è stata descritta da Liberti non come un semplice investimento estero, ma come una duplice strategia del capitale globale per acquisire terre e trasformarle in asset finanziari.
Sicurezza delle risorse: Stati con scarse risorse idriche e agricole (come Arabia Saudita o Corea del Sud) e potenze emergenti (come la Cina) acquisiscono terre fertili nel Sud del mondo per garantire il proprio approvvigionamento alimentare ed energetico (biocarburanti), esternalizzando i costi ambientali e sociali.
Finanziarizzazione della natura: la terra diventa così un "asset finanziario", un "bene rifugio" per fondi di investimento, hedge funds e banche d'affari in cerca di rendite sicure dopo il crollo dei mercati tradizionali.
Questo processo, evidenziato da studiosi come Saskia Sassen, trasforma la terra da mezzo di produzione e luogo di vita a merce puramente speculativa.
Liberti dimostra come il land grabbing non sia altro che una riedizione, con attori e strumenti diversi, delle antiche pratiche predatorie coloniali.
Gli accordi, spesso siglati con governi locali deboli o corrotti, bypassano completamente i diritti consuetudinari delle popolazioni indigene, creando "enclave" sovrane gestite da interessi stranieri.
La prospettiva è quella di un mondo in cui il potere non si esercita più (e non solo) con la forza militare, ma attraverso contratti capestro e flussi di capitale.
Adottando un approccio di "analisi della catena del valore globale" (Global Value Chain), Liberti segue quattro commodities emblematiche: la soia, la carne suina, il tonno in scatola e il concentrato di pomodoro; per ciascuna, emerge un modello ricorrente.
Concentrazione del potere: poche multinazionali (come Cargill, Smithfield Foods, Thai Union) controllano segmenti cruciali della filiera, dai monopoli sui semi, alla logistica e alla grande distribuzione, imponendo prezzi, standard e condizioni ai produttori, rendendoli meri ingranaggi di un sistema più grande.
Standardizzazione e de-localizzazione: il cibo perde ogni legame con il territorio e la cultura per diventare un prodotto standardizzato, la cui produzione è ottimizzata per la massima efficienza e il minimo costo.
Liberti descrive questo modello con l'efficace metafora delle "aziende-locusta", entità interessate unicamente al profitto a breve termine, che sfruttano una regione fino all'esaurimento delle sue risorse per poi spostarsi altrove.
Occultamento dei costi: il prezzo finale del prodotto non riflette i reali costi ambientali (deforestazione per la soia, inquinamento degli allevamenti intensivi, sovrasfruttamento degli stock ittici) e sociali (sfruttamento del lavoro, espulsione dei piccoli contadini).
Liberti mostra come il sistema attuale sia il risultato di precise scelte politiche: deregolamentazione, sussidi perversi e accordi di libero scambio che hanno favorito un modello insostenibile e iniquo.
Tra denuncia e alternativa
La prospettiva che emerge dalle opere di Liberti non è mai neutrale.
Il suo è un giornalismo investigativo militante, che prende posizione e mira a scuotere le coscienze.
La sua analisi non si esaurisce nella denuncia, ma apre a una riflessione sulle possibili vie d'uscita.
La prospettiva principale è quella della giustizia sociale e ambientale.
Liberti dà voce agli "sconfitti" di questo sistema: i contadini etiopi espropriati delle loro terre, gli allevatori europei strangolati dai debiti, i pescatori ghanesi che vedono i loro mari svuotati dai pescherecci industriali, i braccianti agricoli sfruttati nelle campagne italiane.
Questa scelta narrativa rovescia la narrazione dominante che presenta il modello agroindustriale come l'unica soluzione per "sfamare il mondo".
Al contrario, Liberti dimostra come questo sistema generi esso stesso fame e povertà, distruggendo le economie locali e la capacità delle comunità di nutrirsi autonomamente.
Da questa critica emerge, come orizzonte ideale, il concetto di "sovranità alimentare": vera antitesi al sistema descritto.
La sovranità alimentare – intesa come il diritto dei popoli a definire le proprie politiche agricole e alimentari, a proteggere i mercati locali e a produrre cibo in modo ecologicamente e socialmente sostenibile – è la prospettiva che informa tutta la critica di Liberti.
Le storie di resistenza delle comunità locali sono presentate come germi di un modello alternativo basato sulla filiera corta, l'agroecologia e la democrazia economica.
La prospettiva di Liberti è intrinsecamente politica: egli sottolinea l'urgenza di una ri-regolamentazione dei mercati, di una maggiore trasparenza nelle transazioni fondiarie e di un ripensamento del ruolo di quelle istituzioni internazionali (come la Banca Mondiale o la FAO) complici nel promuovere il modello neoliberale.
La soluzione non può essere affidata al solo "consumo critico" del singolo, per quanto importante: è necessaria un'azione politica collettiva che metta in discussione le fondamenta di un sistema che ha trasformato il cibo e la terra in pure e semplici commodities.
Partendo da due manifestazioni diverse della stessa crisi – l'accaparramento delle risorse fisiche e la concentrazione del potere lungo le filiere – Stefano Liberti costruisce un'analisi critica spietata dell'economia politica neoliberale.
La sua prospettiva, che salda la denuncia delle ingiustizie alla ricerca di alternative, non offre facili soluzioni ma fornisce al lettore gli strumenti intellettuali indispensabili per comprendere le logiche profonde che governano il sistema alimentare globale e per immaginare un futuro più equo e rigenerativo.
Stefano Liberti: "Land Grabbing";
Stefano Liberti: "I padroni del cibo".
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