Scontri dal basso: analisi materialiste delle rivolte Premoderne.

di socialclimatejustice.blogspot.com

Rivolte nel mondo premoderno

Lo studio delle rivolte nel mondo premoderno ha subito una profonda trasformazione negli ultimi decenni, allontanandosi da narrazioni meramente evenemenziali o focalizzate sulle élite.
Un contributo cruciale a questo rinnovamento è venuto da storici che, pur con approcci distinti, condividono un quadro teorico di matrice materialista e marxista.
Tra questi, Jairus Banaji, Chris Wickham e John Haldon si distinguono per la loro capacità di analizzare le strutture profonde—economiche, sociali e statali—che generano e modellano i conflitti.
Le loro opere offrono strumenti interpretativi sofisticati per comprendere le rivolte non come semplici esplosioni di rabbia, ma come manifestazioni di tensioni strutturali intrinseche alle società pre-capitaliste.

Jairus Banaji: oltre il Modo di Produzione, verso i Modi di Sfruttamento

L'analisi di Jairus Banaji, prevalentemente concentrata sul mondo tardo antico e quello pre-capitalista, rappresenta una revisione critica del marxismo ortodosso.
Banaji sfida la nozione rigida di "modo di produzione" come categoria centrale per definire un'intera epoca (es. feudalesimo, schiavismo), sostenendo che tale approccio mascheri la complessità e la varietà delle forme in cui il lavoro veniva controllato e il plusvalore estratto.
L'autore propone di sostituire il concetto di "modo di produzione" con quello di "modo di sfruttamento".
Banaji argomenta che diverse forme di coercizione e di estrazione economica potevano coesistere all'interno della stessa formazione sociale.
Ad esempio, il lavoro salariato, spesso considerato unicamente capitalista, esisteva anche in contesti antichi, sebbene inserito in logiche non capitalistiche.
Per l'autore, la questione centrale non è l'etichetta da applicare a una società, ma l'analisi precisa dei rapporti di produzione e delle relazioni legali e coercitive che li sostengono.
Da questa prospettiva, le rivolte non sono semplicemente la conseguenza di uno scontro tra classi definite in modo monolitico (es. signori vs. servi), ma emergono dalla specifica natura dello sfruttamento.
Che si tratti di contadini indebitati che si ribellano contro gli usurai, di lavoratori rurali che protestano per i salari, o di schiavi che fuggono, la radice del conflitto risiede nelle modalità concrete di sfruttamento del loro lavoro.
La sua analisi sposta l'attenzione dalle grandi narrazioni di "crisi del sistema" a un'indagine meticolosa delle condizioni materiali e delle lotte molecolari e quotidiane che potevano, in determinate circostanze, sfociare in una rivolta aperta.
La visione di Banaji è intrinsecamente politica; criticando un marxismo dogmatico, l'autore recupera l'enfasi sull'analisi storica concreta.
La sua è una "storia dal basso" che restituisce complessità e agency ai soggetti subalterni, mostrando come le loro lotte fossero risposte razionali e consapevoli a forme di sfruttamento specifiche.

Chris Wickham: Modo di Produzione Contadino e Dialettica con lo Stato

Chris Wickham è una figura centrale nello studio del passaggio dal mondo antico al Medioevo, il suo lavoro si basa su un solido impianto teorico marxista, seppur eterodosso e attento alle specificità regionali.
Il concetto cardine di Wickham è il "modo di produzione contadino".
L'autore lo definisce come un sistema in cui i contadini possiedono i mezzi di produzione (terra e attrezzi) e la loro logica economica è orientata alla sussistenza della famiglia, non all'accumulazione.
Tuttavia, questa classe contadina non esiste in un vuoto: essa è costantemente in relazione dialettica con un'élite aristocratica (che estrae un surplus tramite la rendita) e con lo Stato (che estrae un surplus tramite la tassazione).
La storia sociale, per Wickham, è determinata in gran parte dall'equilibrio e dal conflitto tra queste tre forze.
Wickham analizza le rivolte come il punto di rottura di questo equilibrio, mostrando ad esempio come la caduta dell'Impero Romano d'Occidente e del suo pesante sistema fiscale abbia, in molte regioni, ridotto la pressione sui contadini, diminuendo così il potenziale per rivolte su larga scala.
Al contrario, dove l'aristocrazia riuscì a imporre un controllo stringente attraverso la rendita fondiaria, o dove uno Stato mantenne un forte potere estrattivo, le tensioni rimasero alte.
Le rivolte contadine, come quelle dei Bagaudi nella Gallia tardo-romana, non sono viste come spasmi irrazionali, ma come tentativi di rinegoziare o rigettare un livello di estrazione percepito come insostenibile.
La forza o la debolezza delle comunità contadine e la loro capacità di azione collettiva diventano dunque variabili storiche cruciali.
La prospettiva di Wickham è democratica e anti-élites; la sua enfasi sul modo di produzione contadino serve a mettere al centro della storia la stragrande maggioranza della popolazione premoderna.
Sottolineando la razionalità economica e la capacità di resistenza dei contadini, l'autore contesta una storiografia che li ha a lungo dipinti come una massa passiva e immutabile.
Il suo lavoro valorizza "l'azione collettiva dal basso" come motore del cambiamento storico.


John Haldon: lo Stato Bizantino come struttura sociale e campo di conflitto

John Haldon, uno dei massimi bizantinisti contemporanei, applica un rigoroso approccio materialista storico all'analisi dell'Impero Romano d'Oriente.
A differenza di Wickham, il cui focus è spesso sulla società post-statale, Haldon si concentra su un'entità statale longeva e complessa, analizzandone le fondamenta materiali e le contraddizioni interne.
Haldon analizza lo Stato bizantino non solo come un'entità politica o ideologica, ma come una "struttura sociale di estrazione del plusvalore".
Lo Stato, attraverso il suo imponente apparato fiscale e militare, era il principale attore economico, in competizione e talvolta in alleanza con l'aristocrazia terriera per appropriarsi delle risorse prodotte dai contadini.
L'autore adotta il termine "formazione sociale tributaria" per descrivere questo sistema nel mondo bizantino; le rivolte sono interpretate come il risultato delle tensioni generate da questa struttura.
Esse non sono quasi mai rivoluzioni che mirano a sovvertire l'ordine sociale, ma piuttosto conflitti per il controllo dell'apparato statale o per resistere a un'eccessiva pressione fiscale.
Haldon distingue tra "rivolte verticali": lotte interne all'élite, usurpazioni imperiali o rivolte aristocratiche per il controllo della macchina statale e dei suoi proventi; e "rivolte orizzontali": sollevazioni popolari, spesso urbane o rurali, scatenate da carestie, aumento delle tasse o abusi dei funzionari.
Haldon sottolinea come queste due tipologie di conflitto fossero spesso interconnesse; un generale ribelle poteva talvolta sfruttare il malcontento popolare per raggiungere i propri scopi.
L'approccio di Haldon è una critica a una visione idealista della storia bizantina, spesso focalizzata sulla teologia e la politica di corte.
L'autore insiste sulle fondamenta materiali del potere statale, mostrando come la sopravvivenza stessa dell'impero dipendesse dalla sua capacità di estrarre risorse dai suoi produttori primari.
La sua prospettiva risiede nella "demistificazione dello Stato", rivelandone la natura di classe e il ruolo fondamentale nella gestione e nella repressione dei conflitti sociali.

Tre lenti materialiste sulla storia

Jairus Banaji, Chris Wickham e John Haldon, pur operando su contesti geografici e cronologici diversi, condividono un approccio teorico che ha rivoluzionato lo studio delle società premoderne e delle loro rivolte.
Esso converge su alcuni punti fondamentali come la centralità dei rapporti di produzione e di estrazione del surplus, la razionalità delle azioni dei soggetti subalterni e la necessità di analizzare le strutture materiali per comprendere gli eventi politici e sociali.
Tuttavia, le analisi dei tre autori divergono in modo produttivo: Banaji guarda con precisione microscopica alle diverse forme di sfruttamento del lavoro; Wickham offre un modello comparativo basato sulla dialettica tra modo di produzione contadino, aristocrazia e Stato; Haldon fornisce un'analisi dettagliata di come uno Stato premoderno complesso funzioni come arena e attore principale dei conflitti sociali.
Insieme, i loro lavori rappresentano una potente affermazione della validità del materialismo storico come strumento di indagine.
La loro prospettiva politica comune, radicata in una "storia dal basso", non si limita a dare voce ai senza voce, ma dimostra come le lotte, le resistenze e le rivolte dei soggetti subalterni non fossero anomalie, ma elementi strutturali e motori fondamentali del cambiamento storico.


Jairus Banaji: "Theory as History: Essays on Modes of Production and Exploitation" (2010);

Jairus Banaji: "Agrarian change in late antiquity: Gold, Labour, and Aristocratic Dominance" (2001);

Chris Wickham: "Framing the Early Middle Ages: Europe and the Mediterranean, 400-800" (2005);

Chris Wickham: "The Inheritance of Rome: A History of Europe from 400 to 1000" (2009);

John Haldon: "State and Society in the Byzantine World, 565-1204" (1997);

John Haldon: "The Byzantine Wars" (2001).


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